Le mamme al tempo della guerra #pernondimenticare - Mamma dove mi porti?
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Le mamme al tempo della guerra #pernondimenticare

written by Donatella Toletti
Le mamme al tempo della guerra #pernondimenticare

Le mamme al tempo della guerra – Teramo – correva l’anno 1943.

Le mamme al tempo della guerra

E’ poco più che un bimbetto Umberto!

Tre anni appena compiuti, trascorsi in simbiosi con la mamma Giuseppina.

Vivono da soli loro due, in una bella e umile casa, vicino al Castello della Monica a Teramo.

Calzini e capelli sempre in ordine, figlio unico, desiderato e cercato, intelligente e acuto.

Il papà non c’è, partito per una guerra dai connotati indefiniti che non glielo ha ancora fatto conoscere.

Corre l’anno 1943, una tiepida estate fa capolino e a Teramo ci sono i tedeschi.

Chi sono e cosa fanno, Umberto non lo sa, li guarda a naso in sù, altissimi, li ascolta parlare una lingua che non capisce.

Quel giorno lui e la mamma sono scesi in città a fare compere e salutare una anziana zia.

Si è  attardata la mamma e all’improvviso si è fatto buio.

Il buio del 1943 è fitto, non illuminato dai lampioni come oggi.

“Umberto, andiamo un po’ più veloci? Ce la fai a correre svelto?” mano nella mano della mamma.

Ma Umberto non può andare più veloce e la mamma ha le mani impegnate dalla spesa e non può prenderlo in braccio, e il Viale Bovio è in salita.

Nel buio pesto si sentono in lontananza i primi passi, sempre più distinti, la marcia avanza, passi cadenzati, passano i tedeschi, avanti…march…

Sono attimi, decisioni che bisogna prendere al volo, che fanno la differenza tra la vita e la morte.

E Giuseppina decide!

Sceglie di fermarsi, di nascondersi dietro un grosso cespuglio proprio sotto a quel bivio, con la strada in salita, a pochi minuti da casa.

Sussurra a Umberto di stare in silenzio, una mano sulla bocca e si accovaccia, il suo corpo a mo’ di scudo sul figlioletto.

I passi sempre più vicini, sempre più forti.

Una marcia silenziosa e potente, quanti sono?

10, 100, 1000, Giuseppina non lo sa, sa solo che sembra non finiscano mai.

Rimangono nascosti a lungo, ben oltre il passaggio dell’ultimo soldato.

Non si può affacciare a controllare, bisogna affidarsi all’udito e all’istinto.

Quattro, lunghe, interminabili ore senza emettere un suono, un lamento, uno starnuto, un colpo di tosse.

Al minimo movimento di una foglia, i tedeschi non avrebbero esitato a sparare.

Nel buio fitto, Giuseppina si fa coraggio, scruta oltre la siepe e afferra la mano di Umberto.

Si torna a casa. Di corsa.

Sono salvi.

Penso al mio bimbetto che chiacchiera di continuo, che ogni dieci minuti ha un bisogno “Ho fame”, “Ho sete”, “Pipì”.

Lo vedo nascosto dietro un cespuglio, con me terrorizzata che lo abbraccio forte, supplicandolo di non parlare.

In quei frangenti il bisogno è la vita!

Penso alla forza delle mamme che hanno vissuto l’orrore di quegli anni.

E ringrazio mia nonna per aver messo in salvo quel bimbetto che poi è diventato mio padre.

Donatella Toletti

 

 

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